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Rebuilding: come l’acqua per il fuoco


TITOLO ORIGINALE: Rebuilding
REGISTA: Max Walker-Silverman
SCENEGGIATORE: Max Walker-Silverman
PAESE: USA
ANNO: 2025
DURATA: 95'
ATTORI: Josh O'Connor, Lily LaTorre, Meghann Fahy, Kali Reis, Amy Madigan
SCENE SENSIBILI: nessuna
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Colorado. Il malinconico e ritroso cowboy Thomas «Dusty» Fraser ha perso il proprio ranch a causa di un devastante incendio. Nullatenente, ora vive in una roulotte, accanto a sfollati come lui, senza alcuna possibilità di riportare in vita il suo allevamento. Ma nella sua vita c’è un altro strappo che attende di essere rammendato: quello con l’ex moglie Ruby e la piccola figlia Callie Rose.

 

Fatti per ripartire

Rebuilding – letteralmente «ricostruzione» – non è esattamente una storia. Dusty («polveroso») Fraser una storia l’aveva: ora si tratta di radunarne le macerie, sia per scriverne una nuova, sia perché nulla di quanto vissuto vada perduto. Difatti, un tratto comune a più personaggi è l’insopprimibile necessità di preservare una memoria, anche qualora ne venga annientata qualunque traccia tangibile, come nel caso di una calamità naturale. In questo – e forse in controtendenza con la comune saggezza americana – il film è trasparente: le radici sono una componente incancellabile dell’identità personale. Limitarsi a lasciare il passato nel passato non è né una soluzione praticabile, né un obiettivo desiderabile.

Allo stesso tempo, a chi ha perso tutto non resta che una sola cosa da fare: ripartire. Anche se può sembrare una constatazione ovvia, quello di Rebuilding potrebbe essere un invito a non considerarla tale. L’attenzione del film sembra infatti tesa all’ascolto di un impulso misteriosamente ostinato: da un lato, il non rassegnarsi a lasciare l’ultima parola alla morte. Dall’altro, l’inevitabilità del ricominciare: a dispetto di qualunque traumatica percossa o amara delusione, il codice genetico dell’essere umano è incompatibile col restare immobili. Due speranze stranamente inesorabili.

 

Un’identità in polvere

Rebuilding non racconta dunque una storia: è il tentativo di ricomporne una. Non bisogna aspettarsi una trama completa: semmai, una meditazione sul timido rinascere di un taciturno, inibito ed impacciato mandriano, sul restauro della sua identità finita in polvere.

Le immagini d’apertura delle colline carbonizzate dalle fiamme rievocano il desolato Midwest dell’esordio di Furore (1940). Ma se là si dava il via ad una – tipicamente americana – epopea alla ricerca di una terra promessa di rinnovate opportunità, la martoriata frontiera di Rebuilding non è (necessariamente) un punto di partenza per migrare altrove: le origini non sono qualcosa di cui ci si può agevolmente sbarazzare. E se e quale storia Dusty può tentare di (ri)scrivere nelle assolate e steppose lande del Colorado – né un deserto, né un idillio – è tutto da scoprire.

In fondo, Rebuilding sembra alludere alla ricostruzione dell’America nella sua totalità. È dunque probabile che attraverso il cowboy Dusty si voglia rappresentare un’intera epoca, ormai lontana e ridotta in cenere, perciò obbligata ad iniziare un cammino nuovo.

 

«Ricostruire» è sempre «assieme»

Quale che sia la formula del vero rinnovamento, non si direbbe proprio che il film lo consideri sinonimo di rigetto verso tutto ciò che è passato. A testimoniarlo non è soltanto la sua insistenza su memoria e radici, ma anche la rilevanza riconosciuta alla vita comunitaria: «Gli Stati Uniti si fondano sul mito dell’autosufficienza e del potere del singolo individuo», ma «l’unicità del Paese si basa sul suo contrario, sullo sforzo della collettività che ha permesso di costruire la nazione». Parole del regista e sceneggiatore Max Walker-Silverman, non prive di riflesso nella sua opera.

La collettività cui il film fa riferimento è senza dubbio anche quella familiare: è fin da subito evidente che il ranch di Dusty non è l’unica dimora ad essere andata in rovina. I ruderi della sua vita includono anche l’ex moglie e la figlia, al ricongiungimento con le quali il protagonista oppone non poca resistenza.

In ogni caso, se ne deduce che la ricostruzione non è mai un atto individuale, ma comunitario per definizione: non si riparte mai singolarmente. E forse Rebuilding, trattando di persone che rischiano di smarrire la propria identità, di un uomo che non conosce più il significato del suo stare al mondo, vuole raggiungere uno strato ancora più profondo: l’identità non si riscopre in solitudine.

 

Marco Maderna

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