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Silence


TITOLO ORIGINALE: Silence
REGISTA: Martin Scorsese
SCENEGGIATORE: Jay Cock e Martin Scorsese dall’omonimo romanzo di Shûsaku Endô
PAESE: Usa
ANNO: 2016
DURATA: 161'
ATTORI: Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Yôsuke Kubozuka, Issei Ogata, Ciarán Hinds
SCENE SENSIBILI: numerose scene di violenza e tortura.
1 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 5

Prima metà del XVII secolo. I giovani padri gesuiti Rodrigues e Garrupe partono per il Giappone dove risulta disperso il loro mentore, padre Ferreira, forse rimasto vittima della atroci persecuzioni contro i cristiani che infuriano nel Paese, forse, cosa ancora più grave, resosi colpevole di apostasia. Il viaggio metterà a dura prova la fede dei due gesuiti, e soprattutto attraverso lo sguardo di Rodrigues seguiremo la tragedia della morte di tanti innocenti per mano dell’Inquisitore, che infine pone anche il sacerdote di fronte a una terribile alternativa…

Un film complesso e impegnativo sulla natura della fede

Il silenzio di Dio e la sua Grazia inaspettata (ma soprattutto immeritata) sono i grandi protagonisti dell’ultimo, complesso e impegnativo film di Martin Scorsese, che ha diviso la platea dei credenti (tra chi lo giudica fautore di un cristianesimo “debole” e privato e chi invece plaude al racconto di martiri e peccatori in terra di missione), ha convinto una parte della critica, ma è poi stato snobbato in tutti i maggiori premi americani (sia Golden Globe sia Oscar).
Sicuramente non un film facile soprattutto perché non permette di trarre conclusioni e morali, ma testimonia un percorso doloroso che è sia quello del giovane protagonista gesuita, ma anche, in controluce, quello del regista Scorsese, che con la fede cattolica ha rapporto tormentato e ancora non concluso (si veda in proposito la bella intervista rilasciata a Padre Antonio Spadaro su Civiltà Cattolica).

Il mistero della libertà e della coscienza

La conclusione, se tale si può chiamare, è in definitiva un’apertura al mistero del cuore dell’uomo, della sua libertà (che può portare al tradimento, ma un attimo dopo offrire l’occasione di pentirsi e ricominciare, come chiede ripetutamente – fino a diventare ridicolo e irritante, ma non per questo meno serio – il giapponese Kichijro) che vive del rapporto con un Dio che può essere trovato e riconosciuto anche nel silenzio, nella contraddizione tra ciò che si vorrebbe essere e le scelte terribili davanti a cui si è posti. Scelte rispetto alle quali non sembra esserci una risposta giusta (chi di noi potrebbe sinceramente dire che non avrebbe dubbi di fronte alla possibilità di salvare la vita di tanti altri uomini a prezzo della propria “dannazione”?), ma che senza dubbio segnano chi le compie, ognuno con una diversa coscienza. Se, infatti, nel volto e nelle parole di padre Ferreira sembra essere entrato un cinismo di fondo, in quelli di Rodrigues non smette mai di esserci sofferenza e la commozione di quando per l’ultima volta lo vediamo confessare è quella di un uomo che non ha certo chiuso la porta alle domande più brucianti.
Interessante che in questo quadro il regista abbia scelto di raccontare la maggior parte della storia dal punto di vista del protagonista, attraverso le sue parole e i suoi sentimenti (di entusiasmo e poi di paura, di incertezza e finanche di disperazione) ma poi, alla fine, proprio quando Rodrigues fa la sua scelta più dolorosa, ne esca, affidando al resoconto di un mercante olandese, come a rispettare proprio quel mistero della libertà e della coscienza che sono al centro del film.

Non oggetti ma uomini

Il film, peraltro, ha una ricchezza di temi che è difficile esaurire; uno tra tutti anche quello messo in capo proprio dai persecutori giapponesi, fantasiosamente crudeli nel trovare i supplizi a cui sottoporre i cristiani, ma allo stesso tempo decisi a mostrarsi ragionevoli e aperti nel presentare un’obiezione culturale al cristianesimo stesso, secondo loro incompatibile con la cultura locale, quando non visto come strumento dell’imperialismo europeo.
Molto più potenti delle obiezioni (peraltro intelligenti) di Rodrigues (che però dai giapponesi viene giudicato orgoglioso e per questo destinato a cedere) sono però gli sguardi dei fedeli giapponesi, disposti a morire pur di non abiurare. Il capo villaggio e il normale padre di famiglia danno una testimonianza di fede fino al martirio che non possono essere ridotti alla credulità di chi, in una condizione di assoluta miseria, vede il Paradiso come una via d’uscita. Bisognerebbe ricordare, infatti, che anche in Europa, e proprio fin dalle origini, il Cristianesimo si pose come una forza dirompente proprio perché affermava il valore della persona, in quanto amata da Dio, e in questo diventava una forza dirompente rispetto all’oppressione dell’autorità politica. È forse questo che i giapponesi delle classi superiori temono davvero, anche se mascherano i loro discorsi sotto la patina di una “ragionevole” incompatibilità culturale.
I poverissimi abitanti dei villaggi, infatti, possono forse apparire semplici per non dire superstiziosi, ma nei loro sguardi si legge proprio il desiderio di non essere considerati come parti sacrificabili di un organismo statale ma come oggetto di uno sguardo amorevole e capace di perdono, con una promessa per l’Aldilà che ha le sue radici nell’ora.
È forse un’esplicitazione di questo aspetto quello di cui si sente la mancanza nel film di Scorsese, e tuttavia la sensazione, guardando i volti di quei martiri, è proprio che quella domanda sia presente, anche se Rodrigues, tormentato dal silenzio di Dio, non riesce a vederla…

Luisa Cotta Ramosino

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