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Sirât


TITOLO ORIGINALE: Sirât
REGISTA: Óliver Laxe
SCENEGGIATORE: Óliver Laxe e Santiago Fillol
PAESE: Spagna, Francia
ANNO: 2025
DURATA: 115'
ATTORI: Sergi López, Bruno Núñez Arjona
SCENE SENSIBILI: uso di droghe; morti tragiche riprese in maniera realistica
1 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 5

Deserto del Marocco. In un futuro prossimo che si confonde con l’oggi, una guerra sta montando. Da cinque mesi una giovane spagnola ha lasciato tutto, scomparendo nel giro dei rave illegali che si tengono fuori dal mondo civilizzato. Il film racconta della sua strenua ricerca da parte del padre e del fratello minore. L’uomo è semplice. Non c’entra nulla con il tribalismo punk, con l’autoemarginazione dionisiaca di chi danza sulla musica techno a volume stordente, combinata con le droghe, per raggiungere una qualche forma di estasi comunitaria. Estraneo a questo contesto, in luoghi remoti dalla monumentalità aspra, rocciosa, ora scabra e metafisica, ora semplicemente ostile, il padre, con pacatezza, prova a farsi aiutare, a farsi dare una traccia. Quando un gruppo di raver lo avvisa di una prossima festa dove, forse, chissà, potrebbe esserci sua figlia, li convince a lasciare che li accompagni. Inizia così un viaggio pieno di ostacoli che forzerà tutti alla comprensione del diverso e della propria vulnerabilità. Ma il prezzo da pagare sarà carissimo.

 

Una storia che sa sorprendere

Ci sono dolori profondi che portano a consapevolezze più alte. È il messaggio che, secondo il suo regista e sceneggiatore galiziano Óliver Laxe, il film, vincitore del Premio della Giuria a Cannes, vorrebbe esprimere. In realtà, nell’opera, pur visivamente apprezzabile (la natura che incombe sulla piccolezza umana, l’immersione etnografica nella cultura rave fatta di tatuaggi, piercing e LSD), questo significato, così come ogni possibile altro, resta molto inespresso.

Il fatto è che una catena di tragici eventi arriva inopinata, dalla metà in poi, a trascinare tutto in una sensazione di disarmata tristezza. Ci si convince che siamo tutti in balia della sfortuna. La logica narrativa pare diventare unicamente quella dell’accanimento sui personaggi. Smontando l’impostazione più convenzionale e di genere, ma, almeno, comprensibile, e anche a tratti stimolante, della prima parte della storia.

Fino alla metà, infatti, il film è un road movie selvaggio all’insegna della speranza contro ogni avversità. Propone un setting umano non edificante, ma interessante (cosa spinge a mettersi alle spalle il consorzio sociale per farsi una nuova simil famiglia dove scarseggiano i mezzi e l’igiene? Come ci si mantiene in questi casi? Davvero si può essere intenditori di musica rave?). Ci sono anche associazioni e contrasti suggestivi (le adunanze rituali alla Mecca trasmesse in Tv: una via all’Oltre così diversa da quella danzante dei raver; la guerra e i soldati, ad indicare la crudeltà del mondo “civile” e a suggerire una qualche ragione per lo stile di vita di chi va nel deserto). Poi, però, ecco la raffica di disgrazie, e la trama si butta via.

 

La poetica di un autore sofisticato

Studioso di psicoterapia della Gestalt, cultore del sufismo, lui stesso frequentatore di rave, Óliver Laxe dice di aver concepito Sirât come un viaggio iniziatico ed esoterico verso una rinnovata apertura al trascendente. Nelle interviste dichiara l’influsso di Lynch, Bresson, Tarkovskij, oltre che di Mad Max. Aggiunge che il suo cinema è soprattutto “di immagini”, per questo lascia poco dettagliate le backstory dei personaggi. E ammette di non dedicarsi più di tanto allo sviluppo della storia…  Conclude che tutti i suoi film sono come il Sirât del titolo (nella religione islamica, un ponte sottile dall’inferno al paradiso): vogliono, cioè, accompagnare alla scoperta che siamo inevitabilmente sottomessi a qualcosa di più grande di noi.

Nostro limite. Non siamo riusciti a scorgere nel plot questo cammino di illuminazione. Quello che, anzi, ad un certo punto, abbiamo visto nei colpi della malasorte, è dell’umorismo involontario. La sfiga in primo piano. D’altra parte, dimenticando il premio di Cannes, cercando conferma nelle pochissime recensioni negative, troviamo qualche elemento. Sparute ammissioni che al Festival, durante la proiezione per la stampa, davanti a quelle scene, la platea faticava a trattenere un risolino d’imbarazzo.

 

Paolo Braga

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