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Terapia di famiglia


TITOLO ORIGINALE: Jamais sans mon psy
REGISTA: Arnaud Lemort
SCENEGGIATORE: Arnaud Lemort
PAESE: Francia
ANNO: 2025
DURATA: 91'
ATTORI: Christian Clavier, Baptiste Lecaplain, Claire Chust, Cristiana Reali, Rayane Bensetti
SCENE SENSIBILI: Nessuna
1 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 5

Quando Damien, un giovane trentenne affetto da ansia cronica, si fidanza con Alice, scopre che il padre di lei è proprio lo psicologo che ha assillato per anni.  Il dottor Olivier Beranger, durante il weekend di presentazione, fa di tutto per sabotare la coppia e proteggere sua figlia.

 

La commedia (francese) degli equivoci

Terapia di famiglia si presenta al pubblico come una commedia molto leggera, a tratti troppo prevedibile. Il film si inserisce pienamente nella ricca tradizione della farsa francese, raccogliendo in modo evidente l’eredità del vaudeville. Continui equivoci, ritmi frenetici e spazi chiusi obbligano i personaggi a confrontarsi con le proprie nevrosi. Al centro della storia troviamo il dottor Beranger, interpretato da Christian Clavier, che impersona il consueto padre invadente e iperprotettivo che ostacola il genero inadeguato; una maschera a cui l’attore francese aveva già prestato il volto nel film campione d’incassi, Non sposate le mie figlie!

Tuttavia, della brillantezza del genere rimane più che altro un riflesso, perché il film mostra ben presto alcuni limiti strutturali e una narrazione esageratamente scandita da gag che esercitano forse una presa maggiore sul pubblico d’oltralpe. Per sopperire alla mancanza di un vero motore drammatico, la sceneggiatura ricorre a una serie di eventi ed elementi esterni inseriti in modo talora pretestuoso: figure come il guaritore/medium o il ragazzo sordomuto figlio dei guardiani della villa appaiono come semplici espedienti che servono solo a riempire la durata della pellicola. Queste deviazioni secondarie non portano alcun valore aggiunto all’intreccio; al contrario, tolgono spazio prezioso a un reale approfondimento psicologico dei personaggi e della loro trasformazione interiore. Il risultato finale è un’opera che si accontenta di fermarsi alla superficie, regalando risate estemporanee ma lasciando la sensazione di un’occasione persa, imprigionata in schemi ripetitivi. Pur accettando che un lieto fine sia un requisito implicito del genere – ed è fuor di dubbio che sia questa la ragione per cui il pubblico si avvicina al botteghino – l’esplorazione dei sentimenti, per quanto semplificata, non dovrebbe mai mancare, perché rimane l’unico vero valore aggiunto di un’opera simile: il mezzo fondamentale per esorcizzare con l’ironia i drammi quotidiani e i conflitti della vita reale.

 

Riccardo Galeazzi

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