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The Father – Nulla è come sembra


TITOLO ORIGINALE: The Father
REGISTA: Forian Zeller
SCENEGGIATORE: Christopher Hampton e Florian Zeller
PAESE: Francia, Regno Unito
ANNO: 2020
DURATA: 97'
ATTORI: Anthony Hopkins, Olivia Colman, Mark Gatiss e Imogen Poots
SCENE SENSIBILI: nessuna
1 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 5

Londra, Anne fa visita al padre Anthony, ottantenne, malato di Alzheimer. A breve intende trasferirsi a Parigi con l’uomo che ha conosciuto. Poco dopo Anthony trova un uomo che sostiene di essere il padrone di casa e il marito di Anne. Anthony è a tratti lucido, a tratti confuso anche con la giovane badante Laura, ultima di una lunga serie. I dialoghi nella mente di Anthony si ripetono, come se un ingranaggio del cervello fosse rotto. Capisce che lo vogliono trasferire in una casa di riposo. Non è più sicuro del luogo e dell’identità delle persone che incontra e neppure della sua.
Anthony è ora in ospedale. Qui l’infermiera Catherine, lo assiste e lo informa che Anne si è trasferita a Parigi con Paul e gli fa visita nei fine settimana. Anthony dice di volere sua madre perché sta “perdendo le sue foglie” e scoppia a piangere.

Due grandi interpreti per un racconto ambizioso e difficile

Al suo esordio alla regia cinematografica, il drammaturgo francese, Florian Zeller, commuove l’Academy che lo premia con l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. A vincere la sua seconda statuetta, dopo Il silenzio degli innocenti (1991) è anche Anthony Hopkins che, a 85 anni, dimostra di avere ancora una padronanza eccezionale del suo sublime talento attoriale, affiancato dalla sempre più convincente Olivia Colman, vincitrice dell’Oscar come miglior protagonista nel 2019. Un film ambientato all’interno di un appartamento ed incentrato sulla relazione fra un padre malato ed una figlia non si sarebbe potuto realizzare senza le performance eccezionali di due fra i migliori attori del panorama mondiale. Ma è pur vero che ad essi è affidato un racconto, già sperimentato a teatro, particolarmente esigente. Non è, infatti, la cronaca di un disagio psichico in cui molti film si sono già cimentati, quanto il tentativo di immettere lo spettatore nella psiche e nello stato d’animo della persona disturbata. Perché Anthony pensa continuamente che gli sia stato rubato l’orologio? Chi sono gli uomini che vede nella sua casa? O è casa di sua figlia, dove lui è mal sopportato dal compagno di lei che osa pure schiaffeggiarlo? “Nulla è come sembra”, proprio come recita il sottotitolo italiano e sarà vero che Anne cerca anche di soffocare il padre con un cuscino in un momento di sconforto? Attraverso l’uso della reiterazione di parti di dialogo, la difficoltà del protagonista di identificare il luogo in cui si trova, di riconoscere gli interlocutori e, in ultima istanza pure se stesso, di fatto l’intento è quello di portare il pubblico ad un’empatia così profonda con il protagonista, da perdere anch’egli le coordinate della propria percezione.

Dove ci conduce questo viaggio?

L’immedesimazione voluta dal regista, anche sceneggiatore insieme a Christopher Hampton è ottenuta? L’impressione è che resti uno spazio di non detto, un margine di angoscia un po’ gratuita che conduce a chiudere il film senza un vero e proprio finale. Anthony è abbandonato sulla spalla di un’infermiera di cui non sappiamo quasi niente, invoca la madre (il cui legame ignoriamo e che ovviamente non abbiamo conosciuto), ma quel rapporto che per tutto il film abbiamo seguito con sua figlia Anne non ci viene più mostrato e in qualche modo ci sembra un’ingiustizia, una forzatura, una violenza che l’autore aggiunge un po’ a bella posta nel contesto già molto doloroso della solitudine che la malattia sta portando con sé. Perché non chiudere con un congedo fra il padre e questa figlia devota, ma che suo malgrado lo deve lasciare più tempo da solo? Pare che tutta la sofferenza, il pathos, anche gli scontri della convivenza forzata che ci sono stati mostrati per tre quarti del film, svaniscano, vengano dimenticati, come nella vacuità della mente di Anthony, senza un barlume di speranza, senza che Anne possa dirgli e dirci qualcosa per consolarlo prima che l’ultima languida inquadratura del parco fuori dalla clinica ci dica che è tutto finito.

Giovanni M. Capetta

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