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The King's Man - Le origini

The King’s Man – Le origini


TITOLO ORIGINALE: The King's Man
REGISTA: Matthew Vaughn
SCENEGGIATORE: Matthew Vaughn
PAESE: USA, Regno Unito
ANNO: 2021
DURATA: 131'
ATTORI: Ralph Fiennes, Harris Dickinson, Gemma Arterton, Djimon Hounsou, Tom Hollander e Rhys Ifans
SCENE SENSIBILI: allusioni sessuali nei dialoghi, scene violente di guerra
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1914. Il duca Orlando di Oxford, convinto non belligerante, vede il suo peggiore incubo avverarsi quando l’amico Arciduca Ferdinando d’Austria viene assassinato davanti ai suoi occhi; ha inizio la Prima Guerra Mondiale. Il figlio di Orlando, Conrad, freme per arruolarsi e servire la patria, ma il padre fa di tutto per impedirglielo. Non resta però con le mani in mano: in sordina, Orlando ha mobilitato una rete di spie e agenti segreti con lo scopo di frenare la guerra. Combattendo il perfido Rasputin e una setta internazionale di super criminali, è così che prende vita la Kingsman.

La novità delle origini

Manners maketh man” (le maniere fanno l’uomo). Con questo motto d’effetto prendeva corpo nel 2014 Kingsman – Secret Service, una versione pop e fracassona dei film di spionaggio “all’inglese”, adattamento dell’omonimo fumetto di Mark Millar.
Dopo il sequel Il cerchio d’oro del 2017, ora invece è di un prequel che si parla, e di parecchi anni nel passato. The King’s Man non nasconde misteri nel sottotitolo italiano: è una storia di “origini”. Racconta la nascita del gruppo di agenti segreti e dei loro costumi nel secondo decennio del XX secolo.
Questo espediente porta due fattori nuovi e affascinanti nel franchise: da una parte uno scenario in costume, di abiti, ambientazioni, tecnologie. Invece di super dispositivi digitali, il duca Orlando si vanta di indossare il primo prototipo di paracadute della storia.
Dall’altra, le avventure degli agenti segreti possono muoversi dentro la storia vera e co/ri-scriverla. Duchi, sovrani, “sacerdoti”, da Rasputin a Re Giorgio, dal Kaiser allo Zar, fino al cameo di un giovane Lenin che incontra un giovane Adolf… certo, qualcuno potrebbe aver da ridire circa la rappresentazione bizzarra e a tratti ridicola di questi personaggi (nessuno escluso); ma esimendoci da giudizi di gusto, possiamo convenire che si tratta di uno stilema narrativo che incuriosisce, specie per potenziali sequel futuri.

Un franchise che zoppica

Non è chiaro però dove la saga voglia andare a parare.
Da una parte gli stilemi che la caratterizzano cominciano a diventare troppo rigidi e artefatti: il primo Kingsman si era distinto per la spettacolarità mista all’eleganza, una certa scurrilità e ironia nera, ma soprattutto un inaspettato e duro colpo di scena. Quest’ultimo elemento in particolare tenta di essere una firma della saga, che però proprio in questo film incomincia a dimostrare la sua poca praticità, sorprendendo (forse) sì lo spettatore, ma spezzando il ritmo del racconto.
Dall’altro lato, inspiegabilmente la retorica è cambiata. Qui il film sembra venire meno alla sua identità. I titoli precedenti si basavano sulla celebre frase sopra citata, dove in un mondo di violenti e bruti il punto non era certo il pacifismo, ma distinguersi avendo classe e buon gusto. Questo titolo invece si concentra sugli orrori della guerra e il tentativo di Orlando di sfatare un mito: “dulce et decorum est pro patria mori – è bello e dolce morire per la patria”. Non c’è alcun onore nella morte e nel sacrificio dei giovani per la loro terra; questo sembrerebbe voler dire il film. Sebbene poi si smentisca nei fatti.
In sintesi, The King’s Man rimane un film che si guarda -e può divertire-, ma senza infamia e senza troppa lode, con qualche basso nel ritmo e nella credibilità, e qualche alto nelle azioni e negli effetti. Si vedrà se avrà ancora qualcosa di interessante da offrire in futuro.

Alberto Bordin

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