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Un affare di famiglia

Un affare di famiglia


TITOLO ORIGINALE: Manbiki kazoku
REGISTA: Hirokazu Kore’eda
SCENEGGIATORE: Hirokazu Kore’eda
PAESE: Giappone
ANNO: 2018
DURATA: 121'
ATTORI: Lily Franky, Kirin Kiki
SCENE SENSIBILI: nessuno
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Un’insolita famiglia, tanto povera economicamente quanto ricca d’affetto, conduce una vita di espedienti e piccoli furti ai margini della società. Quando si imbattono in una bambina trascurata dai genitori, decidono di portarla a casa con loro, con un atto che agli occhi del mondo assomiglierà molto a un rapimento e che rimetterà in discussione tutto l’equilibrio familiare.

I rapporti familiari in una famiglia di “invisibili”

Fin dalle prime inquadrature, si ha la percezione di trovarsi davanti a un film di alta qualità (non per niente è stato premiato con la Palma d’oro a Cannes). Hirokazu Kore’eda si muove con destrezza in un mondo che gli è noto: quello dei rapporti familiari, oggetto di tutti i suoi film più recenti. Quest’opera ci porta però lontano dalle famiglie agiate e medio-borghesi, per indagare più a fondo quello che accade in una famiglia così marginale da risultare quasi “invisibile”: infatti, nella casa in cui dovrebbe vivere solo nonna Hatsue si è creato un piccolo microcosmo di parenti con cui, nonostante le continue lamentele, lei è felice di condividere la pensione, pur di non trascorrere una vecchiaia solitaria.

Una storia semplice ma di grande profondità umana

I personaggi sono descritti con pochi tratti ma con grande profondità umana, in particolar modo i bambini, che per il regista rappresentano un punto di vista privilegiato per giudicare l’esistenza degli adulti. Ne è un bellissimo esempio l’undicenne Shota: non è mai stato a scuola (convinto che ci vadano solo «i bambini che non possono studiare a casa») e l’unica cosa che ha imparato dal padre è l’arte del furto, ma ha sviluppato un personale senso morale che lo porta a confrontarsi ripetutamente con i familiari per capire cosa sia “giusto”.
A colpire è soprattutto la semplicità della storia che, a differenza di molti film occidentali, sembra non procedere per accumulo ma per sottrazione. Infatti, non servono grandi avvenimenti per rivelare i personaggi e, almeno nella prima metà del film, tutto sembra ruotare intorno agli stessi gesti quotidiani: i piccoli furti, i lavori precari e, soprattutto, il cibo (che siano le crocchette comprate per strada o il tofu preparato dalla nonna, tutti sembrano continuamente intenti a mangiare qualcosa, rivelando con questa stessa insistenza la centralità che questo pensiero riveste nelle loro vite).
Il “rapimento” della bambina è l’unico vero evento della storia. Come molti avvenimenti della vita reale, apparente- mente, non apporta nessun cambiamento nella routine familiare, ma introduce una domanda sulla natura dei legami che, nel tempo, porterà a far cadere le fragili maschere e rivelare la vera natura di ogni personaggio.

Che cosa tiene unita una famiglia?

Il tema che viene sollevato, interessante e problematico allo stesso tempo, riguarda tutte le famiglie: che cosa le unisce? La risposta rischia di essere un po’ parziale, contrapponendo la famiglia “per scelta”, protagonista della storia, con altre famiglie “naturali” che appaiano invece tenute insieme solo dai soldi e dalle convenzioni. È un problema che deriva sicuramente da una certa idealizzazione dei protagonisti, in alcuni momenti quasi eccessivamente privi di conflitti e ipocrisie, ma anche dall’isolamento sociale in cui sono sprofondati, a causa del quale non possono disporre di veri e propri punti di confronto.
Nonostante queste difficoltà tematiche, che comunque hanno il pregio di aprire piuttosto che chiudere la discussione, Un affare di famiglia rimane una storia potente che mette a nudo il cuore prima di colpirlo, ma che è anche capace di curarlo con il balsamo di una delicatezza e di una grazia tipiche dell’estetica orientale.

Scegliere un film 2019

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