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Un altro ferragosto


TITOLO ORIGINALE: Un altro ferragosto
REGISTA: Paolo Virzì
SCENEGGIATORE: Francesco Bruni, Paolo Virzì e Carlo Virzì
PAESE: Italia
ANNO: 2024
DURATA: 114'
ATTORI: Massimo Orlando, Sabrina Ferilli, Laura Morante e Vinicio Marchioni
SCENE SENSIBILI: uso di sostanze stupefacenti; una breve scena sensuale fra due ragazzi
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Dopo ventotto anni, sempre ad agosto, le famiglie Molino e Mazzalupi si ritrovano vicine di casa sull’isola di Ventotene: i primi, per l’ultimo abbraccio al capo famiglia, il comunista Sandro, ormai anziano, malato e sempre più confuso; i secondi per il matrimonio dell’ingenua Sabrina, diventata star del web ed in procinto, spinta dal futuro marito, di candidarsi con un partito di destra alle prossime elezioni. Le vicende delle due famiglie a poco a poco si intrecciano, fino all’inevitabile confronto finale…

Generazioni a confronto

La scelta di girare il sequel di uno dei suoi film più riusciti (parliamo di Ferie d’agosto, del lontano 1996) rappresenta un’operazione inedita per Virzì, che racconta l’evoluzione nel tempo delle due famiglie protagoniste, così diverse per motivi culturali, politici e sociali ma accomunate da un forte senso di appartenenza e dal fatto di essere rimaste unite, dopo così tanti anni, nonostante tutto.
Anche Un altro ferragosto quindi è un film corale e la composizione del cast è rimasta pressoché invariata, conferendo al film una ben definita continuità drammaturgica, sottolineata dall’uso dei flashback e dalla medesima struttura narrativa: anche qui infatti le varie linee si intrecciano e si completano a vicenda, offrendo uno spaccato della società che fa riferimento a problematiche, tendenze e temi decisamente attuali.
Rispetto al primo film però, oltre alla solita dialettica politica fra destra e sinistra – un evergreen che però ha un portato diverso, sicuramente meno forte e un po’ superato rispetto a trent’anni fa – il centro tematico vira sul confronto transgenerazionale: da una parte un idealismo che sembra più legato al passato, dall’altra il presunto pragmatismo delle nuove generazioni che sottende anche un implicito svuotamento di valori e principi morali.
Questa dicotomica lettura della realtà viene raccontata soprattutto attraverso il protagonista, Sandro (Massimo Orlando), giornalista in pensione dell’Unità, portatore di un’eredità di ideali che sembra andata perduta e divorato dai rimpianti per il sogno infranto di costruire un mondo migliore. L’uomo si cimenta insieme al nipotino (l’unico che pare prenderlo ancora sul serio) nella stesura di una lettera indirizzata al Parlamento Europeo, con l’intento di risvegliare le coscienze e richiamarle a quelle radici ideali che proprio nell’isola in cui si svolge la vicenda, hanno visto i loro albori (si fa infatti riferimento al manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da alcuni antifascisti al confino, che tra i primi ipotizzarono la nascita di una comunità di Paesi europei).

Questioni di principio

I nobili propositi del protagonista però generano uno stridente effetto comico perché paiono totalmente avulsi dal suo contesto ma in generale anche dalla realtà, di cui i personaggi più giovani sono lo specchio più autentico.
Su tutti, oltre alla già citata Sabrina, per diversi aspetti sua antitesi – così legata alle apparenze del mondo dei social e prossima sposa di un uomo senza scrupoli né valori (Vinicio Marchioni) che la sta trasformando in una macchina da soldi – c’è Altiero (Andrea Carpenzano), il figlio di Sandro, anche lui diventato ricchissimo per aver creato (e venduto) un’app di messaggistica. La freddezza dei rapporti (soprattutto da parte del padre) rivela la distanza dei mondi a cui appartengono, tra cui non paiono esserci punti di contatto, nonostante l’affetto che li lega.

Amara ironia

Rispetto al primo film, in Un altro ferragosto si perde un po’ l’asciuttezza narrativa per lasciare spazio ad alcune pennellate surreali, facendo leva soprattutto sulle condizioni psicologiche del protagonista – oltre all’improbabile lettera alla Von der Leyen, ci sono i dialoghi immaginari con il giovane Sandro Pertini e gli altri confinati – ma permane quell’amara ironia che caratterizza spesso i film del regista livornese, con uno sguardo sempre indulgente sull’umanità e le fragilità dei suoi personaggi.

Gabriele Cheli

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