Il bianco Bob Ferguson è un ex militante del gruppo rivoluzionario French 75. Vive solo con la figlia Willa, avuta dalla guerrigliera di colore Perfidia, gagliarda nemica del capitano Steve Lockjaw, suprematista bianco. Mentre Perfidia è scomparsa ormai da tempo, Lockjaw riemerge dall’ombra per braccare padre e figlia. Lo sgangherato Bob è dunque costretto a tornare in campo per proteggere Willa.
Ispirato al romanzo Vineland di Thomas Pynchon, Una battaglia dopo l’altra è un viaggio in continua rincorsa e fuga tra sirene e sparatorie, in un’America flagellata da un’embrionale guerra civile. Non un conflitto a tutto campo, ma un duello tra bande armate, punteggiato di imboscate, blitz e scontri nelle strade.
Uno scenario tragicomico e in parte delirante: non solo perché il maldestro Bob Ferguson, rimasto troppo a lungo in pantofole, torna a brandire un’arma con indosso la sua logora vestaglia, ma anche per via dell’esasperazione ideologica di entrambi gli schieramenti. Ragion per cui il brivido della (talora) incalzante partita tra gatto e topo finisce per essere un brivido tiepido.
A neutralizzarlo è anche l’assenza di una ragione particolare per cui dovremmo soffrire per Bob e figlia: del loro rapporto conosciamo poco più che le quotidiane liti. Difficile tremare o lacrimare per loro. Difficile nei confronti di qualunque personaggio, essendo tutti perlopiù ritratti nel loro lato più politicamente aggressivo o più scopertamente demenziale (talvolta in sovrapposizione).
E se la storia non appassiona (non come fa sperare il promettente esordio), non convince nemmeno la sua (presunta) meditazione sull’assurdità di certi contrasti politici. E neanche quella sull’affetto paterno: solo qualche stringata dichiarazione di principio e qualche malriuscito tentativo di commuovere, che non scaturisce di certo dalla vicenda narrata, dall’esperienza vissuta. Risultato: il racconto procede per conto proprio, mentre ogni riflessione soffre di astrazione. Tanto da sembrare un mero pretesto, la copertura per un film d’azione puro e semplice.
Film senz’altro di classe, ma non per questo meno superficiale. Quel che forse resterà memorabile è la messinscena di certe sequenze, sapientemente orchestrate per farci sentire immersi negli inseguimenti e negli scontri a fuoco. Fatti di (immaginaria) cronaca elevati alla grandezza dell’epica: difatti, la lotta senza quartiere tra i fieri guerriglieri di French 75 e i militari di Lockjaw è una miccia che rischia, per sua natura, di incendiare l’intera nazione. È evidente che la pellicola, pur senza specifici riferimenti all’attualità, attinge alle lacerazioni interne che gli Stati Uniti da sempre vivono e continuano a vivere.
Tuttavia, la suggestiva potenza delle immagini va a beneficio soltanto dei singoli segmenti del racconto: dati gli stridenti stati d’animo che il film sollecita – oltre a certe, infauste, battute d’arresto – il risultato complessivo è inferiore alla somma delle singole parti. La storia mantiene solo in parte quanto il titolo promette: il fiato non lo toglie per davvero.
Quanto alle sparute suggestioni tematiche, quella sul rischio che lo scontro politico sfoci in violenta esaltazione non è disgiunta dal racconto come altre. Ma è a dir poco equivoca: da un lato, si ironizza su entrambi gli schieramenti. Dall’altro, sembra si voglia insinuare che la violenza, se perpetrata dalla parte “giusta” (quella di French 75), è lecita e doverosa. Del resto, Lockjaw è un avversario così spregevole che, a confronto, French 75 sembra guadagnarsi ogni simpatia. E tutto questo senza bisogno di argomentarne le ragioni: come se fosse sufficiente proclamarsi in lotta per la libertà e la giustizia per essere liberi e giusti davvero. Come se bastasse l’appassionata dedizione ad un mero principio (nello specifico, la ripetizione di slogan antirazzisti e affini), perché questo produca, automaticamente, benefici reali. Come se impugnare un mitra non aprisse la porta a danni collaterali.
Quand’anche fosse pura ironia, è lecito chiedersi se, in tempi come questi, Una battaglia dopo l’altra sia il film di cui ora abbiamo bisogno: irridere la lotta armata è utile a disinnescarla? Se invece dobbiamo credere che il film strizzi l’occhio a chi affida le proprie speranze ai proiettili, la domanda è inevitabile: sicuri che questo renderà tutti più liberi?
Marco Maderna
Tag: 3 stelle, Azione, Commedia, Drammatico, Thriller