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Una famiglia


TITOLO ORIGINALE: Una famiglia
REGISTA: Sebastiano Riso
SCENEGGIATORE: Andrea Cedrola, Stefano Grasso e Sebastiano Riso
PAESE: Italia/ Francia
ANNO: 2017
DURATA: 119'
ATTORI: Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Pippo Delbono, Fortunato Cerlino
SCENE SENSIBILI: scene di violenza, sesso, tensione psicologica
1 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 5

Roma. Maria e Vincent si mantengono mettendo al mondo figli e vendendoli clandestinamente a coppie che non possono averne, con la complicità di una donna che trova i “clienti” e di un ginecologo senza scrupoli che così “arrotonda” lo stipendio. Dopo anni di questo ménage agghiacciante, Maria entra in crisi e inizia a sentire nella profondità di sé il desiderio di tenere almeno uno di quei figli che ha generato. Vincent, però, non è dello stesso avviso e sembra anzi poter sostituire la compagna di una vita con donne più giovani pur di non abbandonare il redditizio business. Esisterà un’anima buona a questo mondo?

Storia di una maternità violata

L’incipit ci mostra una coppia sofferente ma apparentemente unita (seduti in un vagone della metropolitana di Roma, i due si abbracciano teneramente) a cui improvvisamente succede qualcosa: la donna adocchia due genitori e due bambini in età prescolare, e perde la calma. “Sono loro!”, esclama angosciata al compagno, e si getta all’inseguimento della famigliola, nel frattempo uscita dal vagone, fino a perderne le tracce tra scale mobili e tornelli. Il film ci mette un po’ a far luce su questo misterioso inizio ma poi scopre le carte: Maria e Vincent fanno parte di uno squallido racket cui si rivolgono molte coppie piccoloborghesi (ma tra i clienti c’è anche una coppia omosessuale altissimo-borghese) per avere figli. Vincent ha gli occhi buoni (come gli dirà un altro personaggio nel corso del racconto) ma l’anima nera. Maria, invece ha un’anima buona ma è totalmente soggiogata in un rapporto che sembra più che altro quello tra un padrone e una schiava. La interpreta, con enfasi eccessiva, la comunque brava Micaela Ramazzotti, il cui viso perennemente segnato dalla sventura dovrebbe da solo consegnare il messaggio del film.

Il mercato nero dei bambini

Una famiglia prende le parti della maternità violata e punta il dito contro il raccapricciante mercato nero dei bambini che – dice il regista intervistato da Avvenire – “esiste in Italia, come in molti Paesi del cosiddetto terzo mondo, e si tiene in piedi grazie a una fortissima richiesta. Prova ne sono le numerosissime inchieste che si sono susseguite in questi anni, dal Nord al Sud Italia”. Una discesa all’inferno, in una Roma livida, dove l’unico sussulto di speranza è affidato all’istinto materno della protagonista che, esasperata nel corpo e nell’anima, finalmente alla fine trova il coraggio di affermare la propria maternità e liberarsi da un rapporto di dipendenza (ma Maria soffre anche perché è realmente innamorata del suo uomo). Con lealtà, Riso mette nel novero dei “cattivi” anche una coppia omosex (infatti una parte della comunità LGBT, cui pure appartiene, lo ha contestato). “Su un legame così profondo e importante tra una madre e un figlio” – afferma infatti Riso, interpellato sulla pratica dell’utero in affitto nei Paesi poveri – “tutti ci dovremmo interrogare. Fermiamoci e parliamone. Il corpo della donna paga un prezzo altissimo. Metterlo al servizio dei propri bisogni in cambio di soldi ci rende corresponsabili”.

Una storia che crolla sotto il suo costrutto ideologico

Peccato però che nessuno, neanche nelle dichiarazioni attorno al film, citi le altre vittime di questo mercato spaventoso: i neonati. Quelle creature appena venute al mondo hanno bisogni vitali di cui i tre sceneggiatori paiono completamente ignari. Che nel film il bimbo (che alla fine Maria riesce a tenere) non venga allattato per più di dodici ore – e che a casa della coppia di uomini (a cui viene in un primo momento affidato) non ci sia traccia di biberon – rivela un punto di vista motivato da un costrutto ideologico: stare dalla parte “delle madri” dovrebbe comportare uno stare dalla parte della vita tutta intera, con la responsabilità che questo comporta. Manca, purtroppo, nel film – ed è una lacuna grave che lo svilisce – l’enunciazione forte che la maternità sia un dono e non un diritto.

Scegliere un film 2018

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