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Una vita nascosta

Una vita nascosta


TITOLO ORIGINALE: A Hidden Life
REGISTA: Terrence Malick
SCENEGGIATORE: Terrence Malick
PAESE: Germania
ANNO: 2019
DURATA: 173'
ATTORI: August Diehl, Valerie Pachner, Bruno Ganz, Matthias Schoenaerts, Michael Nyqvist, Tobias Moretti, Jürgen Prochnow
SCENE SENSIBILI: qualche scena di violenza
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La vita scorre serena per Franz Jägerstätter, un contadino del piccolo paese di Radegund, e per la sua famiglia, finché nel 1938 l’Austria non viene annessa alla Germania e coinvolta nelle sue guerre. Per fede e convinzione personale Franz si rifiuta di prestare giuramento a Hitler e nel 1943 viene arrestato e condannato a morte. Un sacrificio senza notorietà ma non per questo senza conseguenze…

Una vicenda reale, semplice e potentissima

La storia di Franz Jägerstätter avrebbe davvero potuto rimanere un caso di martirio nascosto tra i tanti che il nazismo e i suoi orrori produssero, se uno studioso americano negli anni Settanta non ne fosse venuto a conoscenza. È a partire dalla sua storia, e soprattutto dal carteggio che Franz e la moglie Fani si scambiarono durante i mesi di detenzione prima della condanna, che Terrence Malick tesse il suo racconto, meditativo e sinfonico come nel suo stile.
La vita di Franz e della sua famiglia è quella dura ma non priva di gioia di contadini abituati alla fatica da una natura affascinante ma impervia, che segue il ritmo delle stagioni, che impone e dispone la condivisione con una piccola comunità, illuminata discretamente dalla luce di una fede semplice eppure reale, che si fa concreta in piccoli gesti di gentilezza e carità (di cui è disseminata tutta la storia: Franz non se ne dimenticherà neppure da prigioniero).
Le atmosfere del racconto famigliare potrebbero ricordare, per temi e stile, quelli di un altro capolavori di Malick, Tree of Life, dove pure la natura costituiva un elemento potente del racconto, e il modo in cui la macchina da presa segue da presso Franz e Fani nella loro danza amorosa ricorda il bistrattato To the Wonder. Al posto delle usuali voice over, soprattutto nella seconda parte, troviamo i testi delle lettere di Franz e Fani, che si fanno più urgenti e drammatiche pian piano che l’inevitabile fine si avvicina, e che certo non fanno rimpiangere le riflessioni filosofiche e la poesia estemporanea dei suoi precedenti film.

Un semplice rifiuto come segnale della follia morale di un popolo

Rispetto ad altre pellicole, tuttavia, qui Malick si aggancia ad una vicenda reale semplice e potentissima, in cui i confronti ideologici tra Franz e chi, con buone o cattive intenzioni, cerca di dissuaderlo dal suo sacrificio, diventano una sorta di stazioni di una personale Via Crucis, che ci conduce al martirio e alla non del tutto metaforica “risurrezione”.
August Diehl (già visto ne Il falsario ma anche nel tarantiniano Inglorious Basterds) presta il suo volto scavato e il fisico nervoso ad un uomo che non ha certo il fisico dell’eroe capace di sfidare un sistema, ma che, con un semplice rifiuto, presta se stesso come un semplice segnale della follia morale in cui sta precipitando il suo popolo. Attorno a lui volti più o meno noti della cinematografia di lingua tedesca (anche se il film è parlato, nella sua linea principale, in inglese e sarà tradotto in italiano, il tedesco viene usato sullo sfondo ed entra talvolta nelle scene) tra cui anche Bruno Ganz, morto poco dopo, che presta il suo volto al giudice che condannerà Jägerstätter (e che non molto più tardi si suiciderà) e Matthias Schoenaerts in quelli di un sottile inquisitore.

Il problema della scelta di Jägerstätter, per i suoi concittadini, per le autorità, e da ultimo per il giudice chiamato a condannarlo, è che pur non accusando nessuno (e anzi offrendo inaspettati gesti di pietà a tanti sul suo percorso) finisce inevitabilmente per giudicare ogni vigliaccheria e compromesso piccoli e grandi, ogni prevaricazione e violenza con il suo solo esistere.

La testimonianza di Franz e Fani

Allora se da un lato persone con cui fino a poco tempo prima si condividevano spazi e attrezzi da lavoro diventano nemici, delatori, ladri e profittatori, dall’altro chi si trova di fronte Franz continua a rammentargli che il suo sacrificio resterà ignoto e senza conseguenze per il sistema e allora tanto vale… ma se da un lato questa insistenza fa emergere il sospetto di una paura di fronte a qualcosa di incontrollabile per chi fa dell’obbedienza cieca un valore, dall’altro è chiaro, soprattutto nel bellissimo finale per bocca di Fani (una eccellente Valerie Pachner), che il senso ultimo dell’agire di Franz non è comprensibile fino in fondo se non con gli occhi della fede, che permettono di spaziare al di là del panorama seppure grandioso delle Alpi verso un oltre dove le lacrime saranno asciugate e i figli degli uomini troveranno la vera pace. Una prospettiva metafisica che trova il suo corrispettivo “immanente” nella frase che il regista pone come esergo in coda e che è tratta da Middlemarch, capolavoro della romanziera inglese George Eliot.
Tra le molte cose preziose di questa pellicola straordinaria c’è la descrizione appassionata e poetica di un rapporto coniugale fatto di reciproco sostegno, in cui se il sacrificio più immediato è quello della vita di Franz, non meno martirio (nel senso etimologico di testimonianza) diventa la vita di Fani, che con la stessa fede e speranza spinge nei campi vuoti l’aratro che permetterà ai semi di crescere ancora.

Scegliere un film 2020

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